“A partire da giugno dell’anno scorso la cosa a cui penso più spesso è ammazzarmi. O morire. Seriamente, sì, ma dopo che ci provi e ti va male una volta le escludi. Dai: non esistono in casa mia supporti dove impiccarsi, buttarsi dalla finestra - non centrando le recinzioni e quindi evitando molti traumi interni - essendo dal primo piano è poco edificante. Al ponte già ci ho pensato al giorno del mio compleanno, ma mia mamma mi è corsa dietro. Farmaci già dato, e ormai sono al mischiare alcool e calmanti (e scrivere post sotto questi effetti) senza sentir nulla. Non riesco a dormire bene da quasi due anni. Le ansie, le angoscie, le cose troppo difficili, le cose che non dovrebbero capitare alla mia età. Ci sarebbe rimasto come cosa efficace o buttarsi da un viadotto o sotto un treno, ma dopo troppa gente mi maledirebbe, non so se è un bene.“

Arrivare in piedi alla fine della vita. | Uccidi un grissino: salverai un tonno…

ecco, il problema delle persone sensibili ed intelligenti è che non riescono a drammatizzare veramente mai (“la scogliera? la scogliera va bene per Begman, nordico…*) e non c’è come la lucidità, per farsi rosicchiare dagli scrupoli anche quando sei con la merda al mento e così finisci per preoccuparti, nel pianificare l’uscita di scena, di non far brutte figure o lasciare troppi brandelli da pulir via, ché non ti pare bello ti mandino le gobbe mentre ti ramazzano; insomma riesci a preoccuparti degli altri anche quando vorresti farne pire sacrificali

c’è pure di peggio: una volta scrissi una bellissima lettera d’addio, colma di rinvanghi e rinfacci, ma mi piacque talmente nel rileggerla che decisi di soprassedere (ero giovane, però: ora m’incanto meno delle mie arti spuntate)

ci ho pensato spesso, al suicidio, ed ho concluso che la cosa migliore son sedativo e sacchetto, epperò è faccenda da anziani, secondo me, e quindi me la tengo per verso gli ottanta, comunque vada

se posso permettermi: Fran, resta in giro a romperci le palle fino ad allora, dai

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