esser bimbi è un bel lavoro
chi lavora in albergo lo sa, non dovrà mai più comprare ombrelli o cappelli né guanti o sciarpe, potendo spartirsi quelli dimenticati dai clienti; ma c’è un’altra cosa che si trova facile in un campus residenziale come il mio, lungo i viali dove pesanti bagagli sono trascinati: le ruote che dalle valigie si staccano, stroncate dal peso o da un gradino
per mia benedetta inclinazione, io e mio figlio siamo colleghi d’infanzia, di quell’infanzia che trasforma in gioco ogni oggetto fuori dal suo contesto; per lui ho inventato una catapulta ricavata da una gruccia appendiabiti di filo metallico piegata e poi recupero con esperto occhio infante ogni avanzo o carabattola mi capiti a tiro: lui accumula, assembla, riusa
in questi giorni Sergio sta raccogliendo rotoli di carta ed avanzi elettronici per costruire una flotta: ha già fatto un bell’incrociatore con un circuito stampato per ponte ed è con grande contentezza che ieri gli ho portato una ruota accoppiata di valigia con le sue brave flange un po’ seghettate ma ancora buone per farla stare in piedi come argano d’una dragamine o come turbina
e turbina ha deciso lui che sarà, dopo che ci siamo consultati; ho poi scritto questa riflessione perché, dopo che giorni addietro un po’ tutti han fatto questo test proposto da Mitì, ho ripensato al giudizio che il test m’ha dato (rimasto bimbo nelle cose importanti e capace di empatia coi bambini) e credo che abbia a che fare con questa mia caratteristica di dare nuovo senso, importanza e meraviglia a minuzie e scarti


