bofonchiava “bisogna darci un taglio” e poi, di colpo, l’inferno

ancora una volta devo chiedere comprensione per una serie di post intrecciati: mi faro perdonare con un’invettiva (ho sempre brillato per invettiva - brillato in senso minerario) 

scrivevo ieri sentite parole sulla mia amicizia con Giuseppe e concludevo il peana promettendo una telefonata, che ho poi puntualmente fatto; com’è andata, lo scrive lo stesso Giuseppe ieri sera: fin qui l’intreccio di rimandi, ora vorrei dire due cose 

come lavoratore domenicale da diciott’anni (e sull’intero fine settimana fino all’anno scorso) non ho nulla contro il lavoro nei giorni cosiddetti deputati al riposo (tra l’altro deputati da religioni monoteiste, mica da esigenze concrete) purché si tratti di lavori a ciclo continuo (sanità, sicurezza, manutenzione, Horeca - come nel mio caso - e via elencando) ma voglio sommessamente dire, non solo per solidarietà con Giuseppe, che mi pare putrescente una società che consideri normale celebrare il rito di confessione ortodossa-finanziaria detto della “riunione” il sabato e - pure! - la domenica, unendo scelleratemente due settimane di lavoro: cosa ci sarà mai da definire nel processo di sviluppo d’un istituto bancario che non si possa fare con un po’ di straordinario in settimana e - ma sì, esageriamo - di sabato mattina? 

la seconda riflessione è dedicata alla Polizia Postale, per quando dovesse aiutare gli inquirenti a ricostruire i fatti: ricuso fin da ora ogni addebito d’aver in qualunque modo sobillato il sullodato Mazza Giuseppe ad utilizzare, per rivalersi della propria frustrazione, quell’agile Uzi che ho visto scintillare in un canto del suo modesto appartamento da consulente in trasferta; con la strage domenicale in quella banca di Bergamo io, insomma, non c’entro nulla…

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